UFC 264, Road To: Conor McGregor non ha bisogno di presentazioni

(Eccovi le precedenti puntate di UFC 264 Road To su Gilbert Burns, su Dustin Poirier e sui preliminari) 

UFC – Quando parliamo di Conor McGregor dobbiamo accettare che parliamo di un fenomeno di massa. Quello che McGregor ha fatto alle MMA è paragonabile a quello che hanno fatto Michael Jordan nel basket, Diego Armando Maradona nel calcio, Mike Tyson nella boxe. Dobbiamo partire necessariamente da questo assunto, altrimenti non possiamo neanche iniziare a parlare dell’irlandese. Conor McGregor, oltre a scrivere un pezzo di storia da un mero punto di vista sportivo, ha messo le MMA sulla mappa. È lo sportivo che ha guadagnato di più nel 2020, ma non è solo questo: è un icona, se parli di Conor, se vedi una sua immagine, stai automaticamente pensando alle MMA. È un legame indissolubile.

Cosa dire di Conor McGregor che non sia stato detto già. È una domanda che mi sono posto iniziando a scrivere la sua storia. Perché il potere trasversale che ha Conor è proprio quello di essere un fenomeno di massa come la Coca-Cola o la Nutella. Anche chi non ha mai sentito neanche parlare delle MMA sa chi è Conor McGregor. Ha letto del suo successo, della sua bravura, dei suoi lati oscuri. Della sua storia si sa già tutto. Si sa che è una storia di redenzione, che è LA storia di redenzione, per eccellenza. Un irlandese che viene dai bassifondi di Dublino, senza un euro in tasca se non qualche lavoro saltuario, il sussidio di disoccupazione, nessuna scolarizzazione. Nessuna prospettiva. Che trasforma la sua vita in quella di un milionario conosciuto in tutto il mondo. Anche dal letame nascono i fiori, si dice. 

Conor McGregor parte da così lontano che è anche complicato separare la verità dalla leggenda. Per dire, si dice che quando stava a Dublino e viveva col sussidio di disoccupazione, lui e Dee, all’epoca fidanzata e solo recentemente diventata moglie, usavano tutti i soldi per potergli permettere una dieta perfettamente equilibrata. Oppure che Dee lo portasse in giro ovunque in macchina, accompagnandolo agli allenamenti. Non sappiamo dove inizi e finisca la verità ma sicuramente c’è qualcosa di tremendamente romantico. Nel 2015 in un intervista, insieme proprio a Dee, rilasciata a VipMagazine, Conor si racconta, ammettendo quanto la moglie sia stata per lui importante. 

“È stata la salvezza della mia vita. Non farei quello che faccio se non fosse per lei. Tutto quello che faccio è per lei e per i nostri figli. Un giorno vorrò stare su una spiaggia a rilassarmi, senza dovermi preoccupare di nulla”. 

Sempre nel 2015, invitò ESPN a casa sua, la “Mac Mansion”. La cosa che più mi ha colpito non è stato il lusso sfrenato, ma quando mostra la dispensa e dice “questa è la dispensa, prima di arrivare qui non sapevo neanche cosa fosse”. Quando vieni da Crumlin, dalla periferia di Dublino e non hai nulla di nulla, non importa quanto in alto arrivi, ti porti per sempre con te un pezzo delle tue origini. E McGregor se le porta bene. Quando mostra la “Mac Mansion”, non credo voglia mostrare i soldi, il benestare, ma il suo successo, il suo essere arrivato in cima. È felice non perché è milionario ma perché ha raggiunto il massimo. 

Quando nel 2013 mette KO Marcus Brimage nel primo round, nell’intervista post match ridendo dice “Dana, dammi i 60mila, baby!”, cioè il bonus per il KO più spettacolare della serata. Solo tre giorni prima Conor aveva incassato l’assegno di disoccupazione di 180 sterline, unica sua fonte di reddito.

Quel momento li è uno dei momenti chiave per l’irlandese, perché tutto cambia, quei 60 mila dollari gli cambiano la vita. Vogliono dire: ora non devi preoccuparti più del denaro ma finalmente solo di essere il migliore. All’epoca Dana White gli disse: “possiamo dire allora che l’hype è giustificato”. Conor era considerato il cosiddetto “Hype Train”, un fighter che portava tante aspettative ma che forse non erano così tanto giustificate. Tre anni dopo sarà il primo Double-Champ della storia. Direi che è una bella risposta.

Le abilità e le capacità di Conor McGregor vanno ben oltre la sua carriera sportiva in senso stretto. Se è vero che la sua corsa al titolo è stata pazzesca, con sette vittorie consecutive, di cui quattro per KO al primo round e due per KO al secondo, terminata con il KO più veloce di sempre in un match titolato. Contro uno dei campioni più dominanti di sempre, mai mandato KO prima di allora, con una sola sconfitta in ventisei match. Dall’altra parte è vero che la sua fama è legata alla sua capacità di essere un catalizzatore di attenzioni, di creare uno spettacolo da solo, di intrattenere la folla come un gladiatore nell’arena. Risposta pronta sempre, frasi ad effetto indimenticabili, sicurezza, confidenza. Conor McGregor sembrava il migliore nella stanza sempre. 

Il whiskey, la doppia cintura, l’esuberanza, la vittoria anche nelle sconfitte. Il fidelizzare una grande fetta di pubblico che lo venera come un Dio. L’immaginario collettivo di Conor McGregor è legato a molti momenti epici. Rimasti immobili nel tempo. Cristallizzati. Voglio ripercorrere alcuni tra quelli più significativi. 

“We are not here to take part, we are here to take over”.

La notte di UFC Dublin, nel 2014, fu una notte folle. C’erano sei mila irlandesi, ubriachi, completamente in visibilio, una card strapiena di eroi irlandesi locali, a metà strada tra onesti mestieranti e pseudo atleti, tutti vittoriosi, finalizzazioni, sottomissioni, comeback incredibili. Tutto per arrivare al main event, McGregor vs Diego Brandão, vittima sacrificale. Sinceramente, di quella serata la cosa meno spettacolare è stata la prestazione di Conor, che fu spettacolare, controllo della distanza e dei colpi di rimessa, qualche colpo spettacolare, un killer instinct assurdo e un altra finalizzazione nel primo round. Eppure di quella serata la cosa più iconica, subito dopo il suo ingresso, nell’arena colorata coi colori della bandiera irlandese, fu la sua intervista. 

“Non siamo qui per prendere parte. Siamo qui per prenderci tutto.” 

“You can call me Mystic Mac, because I predict these things”

Conor ha un problema, abbastanza serio, con le predizioni. C’è stato un periodo in cui ha fatto realmente credere al mondo di poter leggere il futuro. Ogni cosa che diceva si avverava. A vent’anni disse che sarebbe stato campione e sarebbe diventato l’atleta più famoso al mondo, in seguito ha predetto i suoi KO più famosi. Nel primo match contro Dustin Poirier, durante le varie interviste, disse lo metterò KO e lo farò nel primo round. E così fu. Quello è stato il momento in cui la carriera dell’irlandese ha cambiato forma. All’epoca come oggi, Dustin era un fighter serio, solido, non era uno di quelli sui cui Conor aveva passeggiato e passeggiava da 10 finalizzazioni consecutive (e una decisione contro un giovanissimo Max Holloway). Quel KO lo ha proiettato nella corsa al titolo. 

La guerra psicologica a Josè Aldo e il KO più veloce di sempre in un match titolato

Nell’avvicinamento al match per il titolo contro Jose Aldo, Conor non si limitò a fare trash talking ma intraprese una vera e propria battaglia personale nel torturare il campione. Per il match con Dennis Siver fece il peso a 145 libbre, che è quello obbligatorio per i match titolati e disse “dite a Josè [Aldo] che sto arrivando. Poi il lancio di freccette contro il bersaglio fatto con la faccia di Aldo e la foto strappata mentre urla come un indemoniato. E ancora, gli insulti in ogni occasione, gli inseguimenti, le allusioni sessuali alla moglie, il furto della cintura durante la conferenza stampa. 

E, per finire, in una tortura spettacolare, degna di un film horror, dopo aver distrutto la mente di Josè Aldo, Conor ha distrutto anche l’aspetto sportivo, quello che sembrava inattaccabile. E in 14 secondi ha disintegrato l’aura di Josè Aldo, la sua invincibilità. QUEL KO torturerà per sempre il brasiliano, lo inseguirà ovunque. 

SURPRISE SURPRISE MOTHERFU**ER THE KING IS BACK 

UFC 202, 20 Agosto del 2016. Conor vendica la sua sconfitta di UFC 196 contro Nate Diaz, in uno dei match più spettacolari delle MMA moderne. Un match molto complicato, con Diaz che dimostra ancora una volta quanto sia duro, colpito in maniera pesantissima non va giù, e nei round finali riesce quasi a portarla a casa. L’esito sarà una vittoria per maggioranza (un giudice la da in parità), ma è nell’intervista post match che Conor combatte la sua guerra personale contro Nate, dopo averlo battuto. Se Nate nel marzo del 2016 dopo averlo sottomesso, dirà “ehi, non sono sorpreso figli di putt**a”, Conor gli risponde, “sorpresa sorpresa figli di putt**a, il re é tornato”. È l’ultimo capitolo di una guerra mentale e verbale che andava avanti da mesi e mesi, fatta di battute e punchline a ripetizione.

I due match con Nate Diaz hanno cementato l’immaginario collettivo di entrambe le super star, legandole a doppio filo per sempre. Un giorno, forse, vedremo la fine anche di questa trilogia. 

“I want to take this chance to apologize… to absolutely nobody! The double champ does the f**k he wants”

Nel novembre del 2016, Conor fa quello che nessuno aveva fatto prima di lui: detenere due titoli contemporaneamente. Essere il double champ, due volte campione in due diverse categorie di peso pesi leggeri e pesi piuma (145 e 155). Ma non è solo il titolo, ma anche il come: la performance contro Eddie Alvarez la sera del 12 novembre 2016 a UFC 205 è una, se non la, migliore prestazione individuale di sempre. Conor combatte un match non solo perfetto tatticamente e tecnicamente ma lo fa danzando, come se stesse combattendo da solo. Come se fosse un match di esibizione, in cui l’avversario non farà nulla. 

Anche qui Conor combatte un match nel match. Nel suo discorso, poco prima di dire le battute che quasi sicuramente aveva preparato, si gira per un attimo a guardare Alvarez, per vedere cosa stesse facendo. Poi risponde alla provocazione che Eddie gli aveva fatto qualche giorno prima. “Ti dovrai scusare”, gli disse quando Conor arrivò in ritardo alla conferenza. E invece, a quanto pare, il double Champ fa quello che vuole e non si scusa proprio con nessuno.

La sfida con Khabib ed il più grande evento di sempre delle MMA

UFC 229 nell’ottobre del 2019 è stato l’evento UFC più importante di sempre. È stato l’evento in cui Conor McGregor e Khabib Numagomedov sono venuti alla resa dei conti, in cui l’esuberanza dell’irlandese ha incontrato l’umiltà del daghestano. La superstar milionaria contro l’uomo delle montagne. È stato tutto epico, dall’inizio alla fine. La rivalità tra i due che è cresciuta flebilmente, e poi è semplicemente diventata gigantesca, tanto da esplodere in faccia alla stessa UFC, incapace di gestirla. È stato, probabilmente il punto più alto di Khabib, perché sottomettere Conor McGregor gli ha permesso di diventare una superstar a sua volta. È stato anche il punto più basso della carriera di Conor perché ha segnato l’inizio della fine.

In mezzo c’è stato di tutto: un assalto da parte di Conor al bus su cui stava con Khabib, con una vetrata spaccata da un carrello porta valige. Una rissa con Khabib, uomo sempre pacato e calmo, che si scaglia contro il team di McGregor. Un quantitativo di insulti a religione, usi e costumi, familiari, parenti, amici, animali domestici. Nulla è stato risparmiato in quei mesi veementi.

Ed ora?

Gennaio 2021 è stato un mese sportivamente duro per McGregor. Il video in cui piange dopo la sconfitta è iconico perché non c’è nulla se non l’uomo, nessun personaggio, nessun teatrino. C’è un atleta che perde e soffre.

La sconfitta contro Dustin Poirier a UFC 257 è stata una sconfitta dura da mandar giù, perché ora Conor non ha più crediti con nessuno. Non c’è più “mancanza di motivazioni“, non c’è più “non era in forma“, non c’è più “non ha più fame“, che tenga. Se sabato notte Conor dovesse perdere, la sua carriera prenderebbe una svolta, probabilmente naturale ma anche molto triste. Sarebbe la fine dell’era McGregor. E questo dobbiamo dircelo tutti, chiaramente. E Conor lo sa bene.

Nell’avvicinamento alla trilogia di sabato notte, Conor ha rispolverato tutte le sue armi. Il trash talking, l’aggressività, la violenza verbale, gli insulti. Tutto il suo arsenale. Sabato notte, tirerà fuori il restante, quello nell’ottagono. Basterà? Staremo a vedere.

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1 anno ago
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Written by Luigi Russo
Nato nel '96 e cresciuto a Napoli da madre cosentina e padre casertano, studio medicina, e nel tempo libero viaggio in giro per il mondo e mi incanto guardando le MMA.

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