Francis Ngannou: povertà, paura e sangue. L’incredibile viaggio verso l’Europa

Francis Ngannou oggi è in cima al mondo, campione dei pesi massimi UFC e una carriera potenzialmente stellare. Ma la sua vita è iniziata in condizioni di assoluta povertà, e il suo viaggio fino al successo ha dell’incredibile. Francis aveva 17 anni quando decise di andarsene dal suo villaggio natale, per sfuggire dall’assoluta povertà. Vi racconterò quel viaggio, da cui si potrebbe trarre un film, perché quello che state per leggere ha dell’incredibile.

La povertà, il divorzio e il padre violento

Francis Ngannou nasce a Batié, Camerun, nel 1986. All’età di 6 anni assistette al divorzio dei genitori, e a causa delle condizioni di povertà in cui viveva la madre iniziò ad essere accudito dai parenti. Si dovette muovere di casa in casa, di parente in parente, e nel frattempo scopriva della vita violenta del padre, Emmanuel Fosso. Un noto combattente di strada, conosciuto nel villaggio come una persona pericolosa e violenta, per Francis rappresentava tutto ciò che lui non voleva essere:

“Quando vivevo con i miei genitori non facevo a botte, ma quando mi sono trasferito (a causa del divorzio) l’ho fatto, e l’ho fatto troppo. Poi fui mandato da mio zio, e le persone hanno iniziato a badare a me. Mio padre faceva sempre a botte e aveva una brutta reputazione, quando fui mandato da mio zio lui avrebbe fatto qualsiasi cosa per farmi smettere di litigare.”

“Ho visto la reputazione di mio padre e non mi sentivo bene, mi vergognavo. Non volevo essere come lui”

Ha raccontato Francis in un’intervista per il The Sun. Ma poi ha anche raccontato l’affetto che ancora prova per quell’uomo, che indirettamente, gli ha insegnato ciò che non doveva diventare, in un’altra bellissima intervista per ESPN:

Per tutta la vita mio padre è stato un esempio per me su ciò che non devo fare. Penso che è stata la cosa migliore che mi sia mai successa perché se mio padre non fosse stato ciò che era, io sarei potuto diventarlo. Ma gli voglio ancora bene, molto”

Dopo tanti anni, Francis ha voluto fare un tributo al padre:

In miniera di sabbia a 9 anni

Aveva soli 9 anni quando Francis decise di andare a lavorare in una miniera di sabbia insieme al fratello di 11. La paga era 1,90 euro al giorno, era troppo piccolo per quel lavoro, ma aveva bisogno di aiutare la madre, ormai single. Lavorava nei weekend, nei giorni di vacanza e durante la stagione delle piogge, quando gli adulti non andavano in miniera e davano l’opportunità a Francis di guadagnare qualcosa, mentre gli altri bambini attorno a lui avevano un’infanzia.

“I bambini andavano in vacanza e cose del genere, gli adulti non vogliono lavorare perché piove tutto il tempo. Quelle erano le nostre opportunità, quando loro non volevano lavorare…
Tutto il giorno pioveva, quindi dovevi rimanere attivo (spalando sabbia), perché appena smetti di lavorare e muoverti, senti freddo e inizi a congelare.  Quindi resti attivo, ti sforzi per rimanere attivo e lavorare di più. E al nostro datore di lavoro piaceva, perché lavoravi ancora di più del normale”.

Ha raccontato Francis, ospite di Joe Rogan nel suo famosissimo podcast The Joe Rogan Experience. Nonostante l’infanzia rubata da quelle miniere, va a visitarle ogni volta che torna in Camerun, per ricordare da dove viene.

“Posso essere il miglior peso massimo UFC, ma quando torno a casa nel mio villaggio passo sempre dalle miniere di sabbia per lavorare con i miei amici, come quando [ero bambino]. Oggi è divertente da fare, ma da bambino sono stato costretto a farlo, era una pietra in gola. Ma abbiamo dovuto farlo per avere il minimo necessario per sopravvivere”.

La morte del padre e la decisione di partire

Francis Ngannou voleva di più, non aveva intenzione di continuare a vivere nella povertà. Ma a dargli la giusta determinazione a partire fu la morte del padre. Una malattia colpì Emmanuel Fosso, e Francis dovette vederlo soffrire e morire, senza avere neanche la possibilità di portarlo in ospedale. Le cure non sono gratuite in Camerun, e le spese mediche erano troppo per la sua famiglia.

“Si ammalò, stette a casa, non potevamo neanche portarlo in ospedale. L’ho guardato ammalarsi, soffrire fino a quando non è morto. Ho pensato: ‘Se questa me*da accade di nuovo nella mia famiglia… Se mia mamma, dopo tutto ciò ce ha fatto, tutti i sacrifici da madre single, se si ammalasse oggi… Noi dovremmo essere quelli che si occupano di lei ma non posso fare nulla’”.

Così Ngannou decise di partire, e che sarebbe tornato solo quando avrebbe avuto i mezzi per supportare la sua famiglia. Il 3 Aprile 2012 iniziò l’incredibile viaggio di Francis Ngannou.

Dal Camerun al Niger, l’inizio del viaggio di Francis Ngannou

Il viaggio durò 14 mesi. Lo racconterò basandomi su ciò che ha raccontato Francis Ngannou nel podcast The Joe Rogan Experience, in cui ha parlato per circa tre ore e mezza.

Il primo passo, decisamente il più facile, fu spostarsi in Nigeria, dove poté entrare liberamente. A quel punto dovette entrare in Niger, e lì la situazione cambiò drasticamente. Per l’ingresso in Niger c’è bisogno di un permesso, che Francis non aveva. L’unico modo è quindi corrompere la polizia ogni volta che si viene fermati.

Come racconta Francis, i soldi servono per sopravvivere al viaggio, ma la polizia del Niger gli avrebbe preso tutto, dai soldi ai vestiti. Nel tempo, i migranti trovavano un modo per nascondere i soldi, ma col tempo i poliziotti scoprivano le strategie nuove, quindi bisognava inventarne altre. Questa dinamica viene chiamata “The Red Queen Effect” (effetto Regina Rossa).
Francis trovò una sua soluzione, avvolse i soldi nella plastica e li ingoiò. Quello era l’unico modo per riuscire a conservarli. “Devi farlo, a quel punto è questione di sopravvivenza” racconta Francis.

Francis Ngannou

Viaggio dal Camerun al Niger

Il deserto del Sahara

Superato il Niger, arrivò il momento di attraversare il deserto del Sahara. Pagò delle persone che si occupavano del viaggio. Prima stette un paio di giorni nascosto in una stanza insieme ad altri passeggeri. Quando arrivò il momento di partire, salirono in 25 sul retro di una Toyota Tacoma. A bordo del mezzo non erano permessi bagagli, e solo una minima quantità di acqua, perché occupa spazio. Il viaggio dura 24 ore, in piedi o seduti in un piccolo angolo, dato che ogni centimetro di spazio è occupato. Se la macchina si rompe nel bel mezzo del deserto, è morte certa. Se cadi dall’auto, non si fermeranno a riprenderti.

“Io ero seduto sul bordo, e dovevo aggrapparmi così forte che mi vennero i crampi. E quando hai i crampi non puoi mollare la presa, perché se lo fai cadi, ed è finita. Loro non si fermeranno… Mollare la presa significa mollare la tua vita”

Foto esempio del viaggio attraverso il deserto

Sull’auto, racconta Francis, c’era anche una donna con un bambino neonato. La parte che segue è veramente dura da ascoltare:

“Eravamo così stretti… Ad un certo punto lei non ce la faceva più, voleva buttare via il figlio. Ecco quanto era dura… Gli altri uomini continuavano a tenere quel bambino, cercando ti toglierlo a lei. Si aiutavano passandoselo tra di loro”

I crampi, la disperazione, persino una tempesta di sabbia non erano abbastanza. A circa metà strada, finirono l’acqua. Gli organizzatori del viaggio non li avrebbero aiutati, a loro importava solo andare da un punto ad un altro, indipendentemente da chi sopravvive e chi no.

“Ti disidrati a tal punto che non sudi più. [Il sudore] è come olio”

Il viaggio proseguì pure la notte, quando il caldo afoso viene sostituito dal freddo gelido. Ma alla fine, Francis Ngannou arrivò a destinazione. Erano arrivati in Algeria, e finalmente videro dell’acqua:

“Quest’acqua era lì da non so quanto tempo… Era così sporca, con animali morti dentro, uccelli, di tutto. ‘Berrò quest’acqua, probabilmente mi ucciderà. Ma immagino che morirei dopo se non bevo quest’acqua’”

Francis Ngannou

Dall’Algeria al Marocco

Francis Ngannou era sopravvissuto al viaggio nel deserto, ma un minimo errore lo avrebbe riportato da dov’era partito. In Algeria i camerunesi sprovvisti di visto non sono ammessi. Ma per fortuna, grazie ad una collaborazione durante una guerra passata, lo sono gli abitanti del Mali. I maliani, generalmente, hanno una colorazione della pelle molto scura, come i camerunesi, a differenza invece degli algerini. Francis quindi doveva “solo” far finta di arrivare dal Mali.

Comprò un passaporto falso, e come lui tantissimi migranti dell’Africa centrale. Un occhio esperto avrebbe subito capito che Francis non era l’uomo nella foto del passaporto, ma per sua fortuna i poliziotti non distinguevano facilmente gli uomini molto scuri di pelle:

“Era un gioco psicologico. Loro ti guardavano e vedevano la tua reazione, e decidevano se eri tu oppure no… Ho vinto, sono passato, perché ero molto bravo. Ero calmo, quando il poliziotto guardava il mio passaporto, io non guardavo da un’altra parte… li guardavo negli occhi”

Dal Marocco alla Spagna, tra i confini più violenti al mondo

La parte più difficile del viaggio di Ngannou fu superare il Marocco. Il confine tra tra il Marocco e la Spagna è infatti considerato tra i più pericolosi al mondo, dove chi cerca di oltrepassare rischia la morte. Ed è qui che si sono svolte la maggior parte dei 14 mesi di viaggio. Per arrivare fin lì “The Predator” ha impiegato solo un paio di settimane, che lui ha considerato, scherzosamente, “Solo un riscaldamento”.

“In Marocco, lì è stata dura… Ancora oggi a volte, quando ci penso… Ero lì, non è una storia che qualcuno mi ha raccontato, io ero lì. Ho vissuto tutto questo da solo, a volte continuo a non crederci… Il Marocco è un incubo per gli immigrati”

Per raggiungere la Spagna esistono due modi, via mare o via terra. Raggiungerla via terra significa accedere alla città di Melilla o quella di Ceuta, città spagnole dove è possibile richiedere asilo. Entrambe sono protette da una serie di recinzioni, munite di filo spinato taglientissimo, fossati e pattuglie di guardia. Se si viene scoperti, si rischia di andare incontro a dei violenti pestaggi da parte dei militari, che possono ucciderti lì o rispedirti nel deserto, fuori dal confine algerino.

Raffigurazione del confine Marocco – Spagna

“Quel filo spinato lo conosco bene, è affilato. Oh io ne so qualcosa, è fottutamente affilato. Mi ha quasi tirato fuori lo stomaco, mi ha tagliato qui (indicando il fianco), ovunque. La prima volta ci sono caduto sopra, ero bloccato lì. Ma se rimanevo lì, nel filo spinato, aspettando i soccorsi, sarebbero arrivati i militari. E immagina, loro non scherzano. Ti picchieranno forte, specialmente se sei un uomo grosso… A volte hanno delle spranghe di metallo, e ti uccidono”

I primi, sanguinosi tentativi di Francis Ngannou

Bisognava organizzarsi, alcuni uomini passavano giorni ad osservare i militari, cercando di capire le loro abitudini e i turni di guardia. Alcuni cercavano dei punti dove la prima recinzione, la più alta, avesse delle debolezze, dato che era impossibile da scavalcare. Alcuni avamposti di guardia a volte erano vuoti, quindi bisognava aspettare il passaggio di una vedetta, una volta lontana bisognava sfondarli e riuscire a oltrepassare in 5 – 10 minuti, o un’altra vedetta sarebbe arrivata. Se si veniva presi durante uno di questi tentativi, la parte danneggiata del confine sarebbe stata riparata, e la sicurezza rinforzata in quel punto.

Città spagnole di Ceuta e Melilla, confini con il Marocco

Centinaia di persone lavoravano a questi piani, bisognava prepararsi bene e scegliere il momento giusto per oltrepassare. Tutti insieme si nascondevano vicino alla recinzione, e restavano lì per giorni, in silenzio, ad osservare e capire il momento giusto per agire. “È pazzesco come centinaia di persone possono stare in silenzio per giorni, sapendo che il loro futuro dipende da quello”, racconta Francis. Il primo tentativo fu verso la città di Melilla, ma andò molto male, Francis cadde nel bel mezzo del filo spinato, e rischiò la morte:

“Stavo sanguinando dalle mani, dai piedi, perché ci sono caduto sopra, proprio nel mezzo… Ma il problema è uscire da lì. Per andartene da lì inizi a tagliarti. Non potevo rimanere lì, se quei tipi mi avessero preso, probabilmente mi avrebbero ucciso, perché sapevano che io ero il leader, perché loro vogliono sempre farla finita con il leader”

Francis, sanguinante, si rifugiò in una foresta vicina. Le alternative erano due, morire dissanguati o per le infezioni, oppure andare in ospedale, sopravvivere ma essere presi dalla polizia. Decise la seconda. La polizia arrivò quando ancora i medici non avevano neanche finito di ricucirlo. Arrestarono lui e tanti altri, che come Francis avevano tentato e fallito, e li riportarono al confine con l’Algeria, nel deserto. A quel punto bisognava non solo tornare a nord, ma anche nascondersi dalla milizia Algerina, che avrebbe potuto sparagli a vista.

“I militari algerini non scherzano. Se sentono rumori, sparano. Quelle persone, sono dei pazzi… È veramente difficile nascondersi nel deserto. È pianeggiante, solo sabbia, nessun albero o erba”

La cosa più brutta dell’essere rispediti dall’altra parte dell’Algeria è la delusione. La stanchezza e le ferite logorano ogni forma di determinazione, ma a quel punto non si può tornare indietro. Francis riprovò, provando ad oltrepassare il confine con la città di Ceuta, ma fallì di nuovo. Provò ancora e ancora, ogni volta veniva rispedito nel deserto. Dopo tanti fallimenti via terra, iniziò a provare via mare.

La traversata in mare

Attraversare il confine via mare è altrettanto pericoloso. Un gruppo di uomini e donne, determinati ad affrontare l’oceano, dovevano comprare un canotto. Non una barca o un gommone, ma uno di quei canotti che usano i bambini per divertirsi. Per i migranti dal Marocco, quella era l’unica imbarcazione che potevano permettersi. In decine su quei canotti dovevano attraversare lo stretto di Gibilterra a remi, bastava un buco per rimanere tutti in acqua, e Francis non sapeva nuotare. Veniva ogni volta scelto un capitano, che aveva il compito di remare e guidare il gruppo nell’attraversamento.

Foto dello Stretto di Gibilterra, presa da Google Maps 

Bisognava partire alle 5:00 del mattino in punto, perché quello è l’orario in cui tutti i soldati marocchini pregano, e quindi non possono pattugliare il mare. Ma all’alba, guardie a bordo di barche e talvolta elicotteri avrebbero iniziato a cercare eventuali migranti, aiutati dai radar con cui li individuavano facilmente. Francis si imbarcò più e più volte, ad ogni fallimento veniva arrestato e riportato al confine, nel deserto. Un giorno però decise di fare da capitano. All’inizio subì delle resistenze da parte degli altri migranti, ma riuscì comunque a convincerli. Partì con il mare agitatissimo, con onde che aveva visto solo nei film, ma era determinato a guidare il gruppo. Per superare le onde alla riva, quelle più aggressive, dovette spingere il canotto a mano, sapendo di non saper nuotare. Superate le prime onde salì a bordo e iniziò a remare e remare. Una remata dopo l’altra arrivò in acque spagnole, ce l’aveva quasi fatta. Ma prima di poter cantare vittoria una grossa nave militare marocchina gli si parò davanti.

“Avevo provato tante volte. Quel giorno ero arrabbiato, ero vicino, così vicino. Vedi la tua vita, vedi il tuo sogno, ma non puoi fare niente, e torni all’inferno. Da lì ho promesso a me stesso… con tutta quella esperienza ho promesso: ‘La prossima volta che tocco quest’acqua, ce la farò, non tornerò indietro’… Ma l’inverno stava arrivando. C’era freddo, l’acqua era così cattiva, non potevo più provare a quel punto. Ma la cosa buona è che da quel momento la gente mi ha iniziato a rispettare in quanto Capitano… Anche se non ce l’abbiamo fatta hanno visto ciò che avevo fatto. Quindi siamo tornati indietro, e hanno detto: ‘Abbiamo un dannato comandante qui, e il suo nome è Van Damme”.

Il Capitano Francis Ngannou

Francis Ngannou era quindi diventato un capitano per quella gente. Lo chiamavano “Van Damme“, oppure “Gladiatore” o addirittura “Schwarzenegger“. Insomma quelle persone avevano capito che Francis era un combattente, e non si sarebbe fermato davanti a nulla.

Ma l’inverno era arrivato. Per tre mesi non poterono tentare la traversata. Dovettero vivere nella foresta, mangiando ciò che riuscivano a comprare e ciò che trovavano nella spazzatura. A volte dovevano combattere con dei ratti per del cibo in decomposizione, per poi cercare un modo per cucinarlo nella foresta. La polizia a volte arrivava, e mentre loro scappavano i poliziotti bruciavano le loro coperte e i loro teli di plastica. Quando l’inverno stava per finire, Francis spese tutti i soldi che gli restavano per comprare una barca, insieme ad altre 8 persone.

Francis era ormai conosciuto come il “Capitano Van Damme“. Per evitare i radar fece ricoprire la barca di alluminio. Il giorno della partenza era malato, ormai da giorni, ma non poteva mostrare alcuna debolezza. Attraversarono la foresta con la barca in spalla, riuscirono ad aggirare le guardie, e la misero in mare. Quella fu la settima e ultima volta che Francis si buttò in quelle acque. La potenza che oggi noi conosciamo del Predatore quel giorno portò, a colpi di remi, lui e i suoi compagni fino in acque spagnole. Un elicottero arrivò sopra di loro, a breve sarebbe arrivata la milizia marocchina. Ma Francis era già in accordo con la Croce Rossa, così li telefonò, dicendogli: “Siamo esattamente sotto all’elicottero… venite a prenderci!”.

L’arrivo in Spagna, la prigione

La Croce Rossa arrivò, Francis e i suoi otto compagni ce l’avevano fatta, era il 3 Aprile 2013. Francis si rese conto che era passato un anno esatto da quando era partito dal Camerun. Ma il viaggio non era finito, perché un’altra brutta esperienza lo aspettava: la galera. La Croce Rossa li aveva salvati, ma adesso dovevano fare i conti con la polizia spagnola, in quanto immigrati clandestini. Per la prima volta in un anno, Francis poté ammettere di essere un camerunese, dato che il Camerun non prevede il rimpatrio. Ma l’alternativa all’essere deportati era la prigione.

“Non era finita, la parte mentale del viaggio stava per arrivare… Ci portarono in questo centro. Lo chiamano ‘centro di detenzione’, ma in realtà è una dura prigione. È una follia, loro cercano di distruggerti mentalmente. Ad un certo punto impazzisci lì dentro. Pensavo: ‘Ok stavo bene nella foresta in Marocco, almeno ero libero’. Quando sei in in quel posto ti dicono quando farti la doccia, quando mangiare, quando dormire’… E non sai qual’è il tuo futuro, non sai se ti rispediranno al tuo Paese”

Dopo due mesi Francis fu finalmente libero. A quel punto doveva scegliere dove andare, il suo sogno era l’Inghilterra, per diventare un pugile professionista. Ma il Regno Unito era troppo difficile da raggiungere, così salì su un treno e andò in Francia.

In Francia da senzatetto e la scoperta delle MMA

Arrivato in Francia, Ngannou si stabilì in un parcheggio. Ngannou era un senzatetto, ma pieno di speranze. Andò subito verso il suo sogno, in una palestra di boxe. Non poteva pagare, ma promise al coach che sarebbe diventato un campione del mondo. Ma dopo i primi allenamenti, il suo coach gli spiegò che se voleva guadagnare combattendo il modo più veloce erano le MMA, Francis non sapeva neanche cosa fossero.

“Anche se dormivo nei parcheggi e non avevo cibo o soldi, ero libero. In contronto a dov’ero in Marocco, un parcheggio era come un hotel a cinque stelle”.

Il resto della storia è davanti ai nostri occhi, Francis Ngannou è oggi il campione del mondo dei pesi massimi UFC.

Il ritorno in Camerun e la Francis Ngannou Foundation

Nel 2021 Francis Ngannou è tornato in Camerun, ma a bordo di un aereo e con indosso una cintura di campione del mondo.

Ma non è tornato solo per festeggiare, ma per fare la differenza. In questi anni ha creato la Francis Ngannou Foundation, un’organizzazione non-profit per dare un futuro ai bambini poveri del Camerun. Con questa fondazione di beneficenza Francis vuole aiutare i camerunesi a seguire i propri sogni, e dargli l’opportunità di sfuggire alla morsa della povertà. Tra le tante iniziative, c’è naturalmente quella di insegnare le MMA. Nel 2019 Francis ha aperto la prima palestra di MMA e combattimento in Camerun:

Author
Published
6 mesi ago
Categories
Storie di MMAUFC
Comments
No Comments
Written by Giorgio Daino
Amante delle arti marziali, seguo le MMA da quando ero un bambino. Il mio obiettivo è di far conoscere agli italiani uno degli sport più esaltanti e adrenalinici del mondo. Ho una cintura marrone di Karate, qualche anno di Kickboxing alle spalle e dei maldestri tentativi di imparare il Jiu Jitsu.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: